Il cammino cristiano




Depressione spirituale


da "Depressione spirituale" di Martyn Lloyd-Jones, ed. EUN.

 

E' una situazione più frequente presso coloro che crescono in un contesto religioso o in una famiglia cristiana. Sono sempre andati in chiesa, s'interessano alle verità cristiane, partecipano ai culti e agli studi biblici, ma molti di questi credenti sembra che non riescano mai a liberarsi da un certo senso di tristezza.
Quando li paragoniamo alla descrizione biblica dell'uomo nuovo in Cristo, la differenza salta agli occhi. Essi stessi se ne rendono conto e questa presa di coscienza provoca spesso una certa depressione. Vedono altri credenti pieni di gioia e dicono: "Quelle persone hanno qualcosa che io non ho". Darebbero tutto per avere quel tesoro. Leggono le biografie di cristiani famosi e fedeli e si rendono conto di essere sprovvisti di una dimensione che quelli posseggono e vivono.
Molti permangono in questa situazione miseranda. "Perché non sono come gli altri credenti?" si domandano spesso. Leggono libri che danno preziose indicazioni per la vita cristiana, assistono a riunioni e conferenze, sempre cercando quell'elemento che loro manca, ma senza mai trovarlo.

UN FONDAMENTO VAGO

Di fronte a questa situazione, dobbiamo essere ben certi di aver compreso i principi fondamentali della fede cristiana. Il vero problema, spesso, nasce proprio lì. Alcuni cristiani sinceri rimangono sempre dei credenti infelici a causa di una cattiva comprensione del vero fondamento della salvezza. Per questo motivo tutti i loro sforzi rimangono senza frutto. Si concentrano solo sulla santificazione, ma non ne traggono vantaggio perché non hanno capito che cos'è la giustificazione. Pensando di essere sulla buona strada, continuano a camminare senza rendersi conto della situazione.

Il caso di John Wesley, il grande predicatore fondatore del Metodismo, illustra in modo clamoroso questo fatto. Prima della sua esperienza ben nota del 1738, non aveva ancora compreso il significato della giustificazione per la nostra salvezza. Interrogato, avrebbe senz'altro dato delle risposte esatte intorno alla morte espiatrice di Cristo. E tuttavia, nella sua esperienza cristiana non ci fu chiarezza circa la giustificazione per fede finché non venne in contatto con i fratelli moravi ed in particolare con Pietro Bohler. Wesley aveva tentato di trovare la gioia mediante un certo stile di vita ed il compimento di molte buone opere: predicava ai detenuti a Oxford, aveva abbandonato la sua ambita posizione all'università per avventurarsi in un pericoloso viaggio attraverso l'Atlantico per andare a predicare l'Evangelo ai pagani della Georgia.
In realtà, Wesley non aveva ancora capito e fatta sua la dottrina della giustificazione. Non aveva afferrato il significato di questa dichiarazione dell'apostolo Paolo: "L'uomo è giustificato mediante la fede, senza le opere della legge". Cresciuto in un ambiente cristiano di eccezionale levatura, consacrava tutto il suo tempo e la sua vita a compiere opere cristiane. Sembra incredibile che un uomo come lui non avesse capito, fin dall'inizio, questa verità semplice e fondamentale. Incredibile, eppure vero.

Molti cristiani, mi sembra, si trovano oggi nella stessa posizione del giovane Wesley. Convinti di aver compreso gli elementi fondamentali della vita cristiana, non hanno in realtà mai realizzato il senso della loro giustificazione e satana si adopera per aumentare la loro confusione. Al diavolo poco importa se questi cristiani si occupano della loro santificazione e degli altri aspetti della vita cristiana. Non potranno mai godere pienamente la loro posizione di credenti se non hanno compreso la giustificazione. Per questo motivo dobbiamo fermarci anzitutto su questo argomento. Esaminare un edificio nelle sue strutture esteriori serve a poco se le fondamenta non sono solide.

UNA MANCANZA FREQUENTE

Questo problema non è certamente nuovo e in qualche misura rappresenta l'opera prima di satana, il quale continuerà ad incoraggiarci a vivere una vita retta, purché rimaniamo lontani dall'accettare questa verità fondamentale dell'Evangelo che è la giustificazione. Pare che attualmente il diavolo riesca molto bene nel suo proposito: la grande maggioranza delle persone, infatti, considerano "cristiani" quelli che compiono delle opere buone anche se ignorano tutto circa la verità centrale della giustificazione.

Già presso gli antichi Giudei era presente questo problema. Gesù stesso non si stancava di riprendere i Farisei per il loro errore e l'apostolo Paolo fa della giustificazione per fede l'argomento principale della sua polemica con i suoi fratelli ebrei. Questi, infatti, si sbagliavano radicalmente sulla questione della legge, pensando che Dio l'avesse rivelata perché l'uomo potesse salvarsi mettendola in pratica.
E' sufficiente, sostenevano i Giudei, rispettare la legge per essere giustificati agli occhi di Dio ed essere accolti alla Sua presenza. Credevano di essere in grado di praticarla perché non l'avevano mai realmente capita. Interpretavano la legge a modo loro e la riducevano alla loro portata, ritenendosi così pienamente soddisfatti. Questo è il ritratto dei Farisei che ci offre il Nuovo Testamento. Ed è lo stesso problema che ritroviamo presso molti nostri contemporanei. Vi sono delle verità intorno alle quali è necessario avere la massima chiarezza, prima di poter godere la pace e la gioia della vita cristiana.

I primi quattro capitoli della potente epistola ai Romani sono dedicati a quest'unico argomento. L'apostolo Paolo desiderava ardentemente rendere chiaro questo messaggio della giustificazione davanti a Dio che si ottiene soltanto per la fede in Gesù Cristo. L'annuncio nel primo capitolo (versetti 16 e 17): "Io infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede: prima del Giudeo e poi del Greco; poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, come è scritto: Il giusto vivrà per fede".

Il problema era dunque: perché non accettavano tutti questo messaggio, direi quasi automaticamente, come la più bella notizia che fosse mai giunta in questo mondo? La risposta è semplice: non la credevano perché non pensavano di averne bisogno. Avevano un concetto sbagliato della giustizia. La giustizia di cui parla l'apostolo Paolo significa un giusto rapporto con Dio. Non vi può essere felicità, né pace, né gioia se non siamo in un giusto rapporto con Dio, se non siamo "giusti" dinanzi a Lui. Tutti sono d'accordo su questo punto, tanto i credenti sicuri, quanto quelli ancora infelici. La differenza fra gli uni e gli altri sta nel fatto che i cristiani infelici si sbagliano circa la maniera di ottenere questa giustizia davanti a Dio. Era lo stesso errore che commettevano i Giudei: pensavano di raggiungere la giustizia conformandosi alla legge, quale essi stessi la interpretavano e la comprendevano. Ma tutta la loro comprensione della legge era radicalmente errata: essi ne distorcevano il senso in modo tale che proprio lo strumento che Dio aveva dato per rivelare la loro necessità di salvezza, era diventato nelle loro mani il peggiore ostacolo alla salvezza stessa.

LA CONVINZIONE DI PECCATO

In che consiste dunque questa giustificazione per fede? Per poterla comprendere appieno è necessario che siano chiari alla nostra mente ed al nostro cuore alcuni semplici principi. Il primo è la convinzione di peccato. Dobbiamo aver chiaro davanti a noi il nostro grave stato di peccato nei confronti di Dio.
Non si tratta di un paradosso, ma di una regola che non ammette eccezioni: dobbiamo realizzare pienamente la nostra infinita miseria di fronte a Dio per poter sperimentare, in seguito, la gioia cristiana autentica.
Il problema di tanti credenti infelici sta nel fatto che, in realtà, il loro stato miserabile non è stato provocato da una profonda convinzione di peccato, da una visione chiara della loro miseria spirituale. Hanno aggirato questo primo elemento fondamentale per il raggiungimento della gioia cristiana, attribuendosi delle realtà che non sono alla loro portata.

Ricordate il vecchio Simeone che prende fra le sue braccia il piccolo neonato Gesù? Egli espresse una verità molto profonda quando affermò: "Ecco, questi è posto a caduta e a rialzamento di molti in Israele" (Luca 2:34). Non vi può essere "rialzamento" senza una "caduta", un'umiliazione preliminare davanti a Dio. E' una regola assoluta, ma molti pensano di poterne fare a meno e la dimenticano. La Bibbia stabilisce un ordine che deve essere rispettato se vogliamo godere le benedizioni della salvezza cristiana. Soltanto una profonda convinzione di peccato ci spingerà verso Cristo e a contare unicamente su di Lui.
Ci perdiamo lungo sentieri sbagliati se non abbiamo una chiara visione del nostro stato di peccatori. Perciò ho detto che questo è un problema particolarmente difficile per le persone educate in un ambiente cristiano: spesso esse non riescono ad avere il senso del loro peccato.

A questo riguardo mi viene alla mente la testimonianza di una giovane cresciuta in una famiglia molto religiosa. Nella sua chiesa, in un certo periodo, si erano verificate numerose conversioni di persone provenienti da ambienti poco raccomandabili. Ricordo ancora l'esclamazione di quella donna cristiana: "Lei non ci crederà, ma mi capita spesso di augurarmi di non essere stata educata come lo sono stata. Sarebbe stato meglio per me aver avuto una vita come quella di queste persone, per poi godere un'esperienza così stupenda come quella della loro conversione!" Che dire? In realtà non aveva mai visto chiaramente la sua posizione di peccatrice!

PECCATO O PECCATI?

Sono molte le cause di questo stato di fatto. Queste persone confondono "il peccato" con "i peccati"; pensano cioè al peccato sempre in termini di azioni peccaminose e spesso fissandosi su alcune azioni particolari. E dal momento che non hanno mai compiuto quelle azioni, non ritengono di essere peccatori. Il loro ragionamento è molto semplice: "Non mi sono mai considerato veramente un peccatore, perché ho sempre vissuto una vita moralmente seria e non ho mai avuto la tentazione di fare cose cattive".
Tale affermazione esprime molto bene l'essenza di questo errore. Coloro che fanno quel ragionamento pensano in termini di azioni specifiche e paragonano sé stessi agli altri. Non hanno mai conosciuto una vera e profonda convinzione di peccato, né mai hanno afferrato il loro bisogno del Signore Gesù Cristo, morto per i nostri peccati! Hanno udito questo messaggio migliaia di volte e dichiarano di credervi, ma non hanno mai capito l'assoluta necessità della Sua morte.

Come fare per convincere di peccato queste persone? E' proprio l'argomento che l'apostolo Paolo tratta nel capitolo 3 della lettera ai Romani, iniziando già nel secondo. L'apostolo Paolo dichiara: "Non c'è nessun giusto, neppure uno... tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio". Che significa: "tutti?" I Giudei e i non Giudei, continua a ripetere l'apostolo.
I Giudei non esitavano a giudicare peccatori i Gentili (cioè i non Giudei) e a tenerli lontani da loro come nemici di Dio. "Ma state attenti", afferma l'apostolo Paolo, "perché anche voi siete ugualmente peccatori!" Per questo motivo i Giudei odiarono e crocifissero Gesù Cristo e perseguitarono l'apostolo Paolo: perché l'Evangelo li dichiarava peccatori come i Gentili. Questo è lo "scandalo della Croce". La fede cristiana afferma che il Giudeo, il quale ritiene di aver vissuto una vita giusta e religiosa, è altrettanto peccatore del più traviato fra i Gentili. "Tutti hanno peccato": di fronte a Dio, Giudei e Gentili sono ugualmente degni di condanna.

Tutto questo è altrettanto vero oggi. Per raggiungere una reale convinzione di peccato, dobbiamo smettere di pensare a certe particolari azioni peccaminose. Non è un cammino facile, perché abbiamo tutti dei pregiudizi: limitiamo il peccato a certi atti specifici e, non essendone colpevoli, crediamo di essere senza peccato. Nessuno può giungere ad una profonda convinzione di peccato continuando a pensare in questo modo.
John Wesley stesso non pervenne alla convinzione di peccato per quella strada. Al contrario, durante una tremenda tempesta in pieno Atlantico si accorse di essere terrorizzato dall'idea della morte, mentre i suoi compagni di viaggio, i fratelli moravi, erano sereni e tranquilli, come nelle giornate di sole. Wesley si rese conto che in realtà non conosceva Dio come Lo conoscevano i suoi compagni ed incominciò a sentire il bisogno d'incontrarLo. E questo è sempre il vero inizio della convinzione di peccato.

IL CUORE DELLA LEGGE DI DIO

La convinzione del nostro stato di peccatori davanti a Dio non si produce paragonandoci agli altri, ma esaminandoci alla luce della legge di Dio. Che cos'è la legge di Dio? Si tratta forse dei comandamenti: "Non uccidere", "Non commettere adulterio", "Non rubare"? "Ma io non ha mai fatto queste cose", qualcuno dirà, "e perciò non sono un peccatore". Quelli sono atti particolari, ma ecco il nocciolo della legge, come la riassume Gesù: "Ama il Signore, Iddio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua e con tutta la forza tua... Ama il tuo prossimo come te stesso" (Marco 10:30-31). Dimentichiamo per un momento tutte le nostre piccole e grandi azioni riprovevoli e chiediamoci: "Amiamo Dio con tutto il nostro essere?" Se non possiamo rispondere positivamente (e chi lo può?) è evidente che siamo peccatori.

"Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio", dice la Bibbia. Dio ci ha creati per sé, per la Sua gloria, per vivere interamente per il Creatore. L'uomo era destinato ad essere il Suo rappresentante, a vivere in comunione con Lui, ad essere signore sul creato, a glorificare Dio.
Lo scopo principale della vita dell'uomo è glorificare Dio e trovare in Lui la sua felicità eterna. Se la nostra esperienza non corrisponde a questa definizione, siamo dei peccatori della peggiore razza, sia che ce ne rendiamo conto o no.

Provo ad esprimere lo stesso pensiero in altro modo. Parlo in fondo della mia stessa esperienza, perché anch'io sono cresciuto in un ambiente profondamente cristiano. L'uomo è destinato a conoscere Dio. Perciò vi chiedo: conoscete Dio? Non vi chiedo se credete in Lui o se sapete alcune cose intorno a Lui. Essere credenti significa avere la vita eterna e Gesù dichiara: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo" (Giovanni 17:3). Non domandiamoci quindi: "Ho fatto questo o quello?" ma positivamente chiediamoci: "Conosco Dio? Gesù Cristo è vivo e reale per me?"

Non vi sto chiedendo se conoscete certe verità intorno alla Sua persona ed alla Sua opera, ma vi domando se conoscete Lui personalmente e direttamente. Trovate la vostra felicità nella Sua presenza? Gesù occupa il centro della vostra vita? E' la fonte della vostra gioia? Si tratta del piano stesso di Dio: Egli ci ha creati per vivere alla Sua presenza e godere della Sua comunione. L'essenza stessa del peccato consiste nel rifiuto di entrare in questo piano divino e di vivere alla gloria di Dio.
Il fatto di commettere certi peccati potrà certamente aggravare la nostra colpevolezza davanti a Dio. Tuttavia, anche se non commettiamo grossi peccati, siamo colpevoli di essere soddisfatti della nostra vita, di orgoglio e di considerare gli altri dall'alto in basso, pensando che noi siamo migliori. Non c'è nessun atteggiamento peggiore di questo, che ci porta a pensare di essere più vicini a Dio, mentre in realtà non lo siamo affatto.
Se questo è il vostro atteggiamento, di voi che mi leggete, siete come il Fariseo nel tempio che ringraziava Dio di non essere "come gli altri uomini... neppure come quel pubblicano". Non aveva mai capito la sua necessità di perdono. E questo è il peccato più grave che esista. Chi afferma: "Non mi sono mai sentito veramente peccatore", tocca in realtà il fondo del peccato, perché dimostra di non conoscere la verità intorno a Dio e intorno a sé stesso.
L'apostolo Paolo esprime questo concetto con una logica irrefutabile: "Non c'è nessun giusto, no, neppure uno... Noi sappiamo che tutto quello che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio" (Romani 3:10 e 19). Se non realizzate la vostra colpevolezza di fronte a Dio, non conoscerete mai la gioia in Cristo. E' impossibile. "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori" (Marco 2:17). Sono parole di Gesù stesso. Ecco dunque il primo passo fondamentale: la convinzione di peccato. Se non avete realizzato la vostra indegnità di fronte a Dio, la vostra condanna e il vostro totale fallimento come creatura umana, non datevi pace finché non raggiungerete questa convinzione, perché non potrete mai conoscere la gioia del perdono e sbarazzarvi della vostra depressione spirituale senza questa convinzione di partenza. Si tratta di un elemento essenziale e preliminare ad un'esperienza di salvezza autentica.

LA SALVEZZA IN CRISTO

Tutto questo mi porta al secondo principio. Il credente convinto di peccato realizza quindi la realtà della salvezza di Dio in Cristo. Questa è la grande "buona notizia". "Ecco le cose che io predico", dice in sostanza l'apostolo Paolo ai Romani, "la giustizia che viene da Dio, la Sua giustizia, che si trova in Gesù Cristo". Di che cosa sta parlando? Possiamo porre la domanda in altri termini: Qual è il vostro concetto di Cristo? Perché è venuto nel mondo? Che cosa ha compiuto Dio in Cristo? Gesù è per voi soltanto un grande Maestro, un esempio o qualcosa di simile?
Non perderò tempo a dimostrare la futilità di questo modo di pensare. Al contrario: "la giustizia di Dio in Cristo Gesù" (Romani 3:22) è una realtà estremamente positiva. La salvezza si trova interamente in Cristo e se non vi aggrappate a Lui e a Lui solo, dopo aver riconosciuto il vostro fallimento, non siete in verità dei cristiani credenti e non c'è da stupirsi se non siete felici.

"La giustizia di Dio in Cristo Gesù", significa che Dio ha inviato il Suo Figliuolo nel mondo per adempiere tutte le esigenze della legge ed ottenere così la salvezza degli uomini. Gesù, Dio venuto in carne, ha preso su sé la natura umana e proprio nella Sua qualità di uomo ha manifestato verso il Padre una fedeltà assoluta, ha reso gloria a Dio, è vissuto nella più totale ubbidienza alla legge divina. Non solo questo; l'apostolo Paolo aggiunge, nella sua classica esposizione della dottrina della Croce: "Dio lo ha prestabilito come propiziazione mediante il suo sangue attraverso la fede, per dimostrare la sua giustizia, avendo usato tolleranza verso i peccati commessi in passato, al tempo della sua divina pazienza; egli manifesta così la sua giustizia nel tempo presente affinché sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù" (Romani 3:25-26).
Il significato di questa affermazione è dunque: perché l'uomo possa essere riconciliato con Dio, occorre che il suo peccato sia spazzato via. Dio aveva dichiarato che il peccato doveva essere punito con la morte e con l'allontanamento da Dio stesso. E che cos'è accaduto? Dio, afferma l'apostolo Paolo, ha inviato Gesù Cristo come vittima propiziatoria, ha fatto ricadere su Lui il peccato di tutti gli uomini, Lo ha trattato come colpevole del peccato del mondo di cui ha portato la conseguenza sulla Croce. Dio allora è libero di accordare il perdono, di giustificare il peccatore, pur rimanendo Egli stesso giusto.

Sono cose ardue da dire per l'apostolo, ma devono essere dette e ripetute. Dio, proprio perché è santo e giusto ed eterno, non poteva perdonare il peccato dell'uomo senza punirlo, come aveva dichiarato. Dio doveva punire il peccato e lo ha fatto sulla croce, su Cristo. Ora Dio è libero di perdonare e giustificare coloro che credono in Cristo, che pongono in Lui la loro fiducia.
Come ottenere questo perdono? Dio accetta la giustizia di Cristo, la Sua perfetta ubbidienza ed il Suo sacrificio espiatorio. La legge è così pienamente soddisfatta. Perciò, se ci volgiamo verso Dio e Gli confessiamo il nostro peccato, Egli ci dona la giustizia del Suo Figliuolo. Quando confidiamo in Cristo, Dio ci dichiara giusti in Lui, imputa a noi la giustizia di Cristo, ci vede come giusti per mezzo della Croce. Questa è la via della salvezza, mediante la giustificazione per fede. In nessun altro e in nessun'altra cosa dobbiamo porre la nostra fiducia, fuorché in Gesù Cristo e in Lui soltanto.

L'apostolo Paolo continua: "Dov'è dunque il vanto? Esso è escluso. Per quale legge? Delle opere? No, ma per la legge della fede; poiché riteniamo che l'uomo è giustificato mediante la fede, senza le opere della legge" (Romani 3:27-28). Dice in sostanza l'apostolo Paolo, voi vi gloriate di portare il segno della circoncisione, di possedere gli oracoli divini, di essere il popolo di Dio. Smettetela di ragionare in questo modo. Non appoggiatevi sulla tradizione dei vostri antenati. Eliminate ogni orgoglio dal vostro cuore e contate esclusivamente sul Signore Gesù Cristo e sulla Sua opera perfetta. Di fronte a questa realtà il Giudeo non è in nulla superiore al non giudeo perché "tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio". Dobbiamo tutti guardare a Cristo e a Lui soltanto, mai a noi stessi, per nessun motivo.

Per sapere se credete veramente a questa verità, c'è un sistema molto semplice. Il Signore stesso ha detto che saremo giudicati dalle nostre parole. Mi è successo spesso di dover trattare quest'argomento e spiegare la dottrina della giustificazione per fede e il modo con cui Dio ci mette in conto la Sua giustizia. Alla fine pongo la domanda: "Adesso sei soddisfatto? Credi a questa dottrina?" La risposta in genere è affermativa. Ma se poi aggiungo: "Sei allora disposto ad affermare che sei un cristiano credente?" il mio interlocutore esita a rispondere.
Comprendo allora che non ha afferrato pienamente la verità che gli ho esposto. "Mi sembra di non essere abbastanza buono", risponde alla fine. Continua a ragionare in termini di "sé stesso". Pensa ancora di dover diventare migliore prima di potersi dichiarare cristiano ed essere accettato da Gesù Cristo. Pensa di essere lui a doverlo fare! "Non sono abbastanza buono!" Questa affermazione sembra piena di umiltà, ma si tratta di una menzogna del diavolo, di un rifiuto della fede. Nessuno sarà mai abbastanza buono. L'essenza stessa della salvezza consiste nel proclamare: Cristo solo è buono e io mi rifugio in Lui!

Continuare a pensare a sé stessi e a dichiarare: "Vorrei essere un cristiano, ma non sono abbastanza buono, sono un gran peccatore", è come rinnegare Dio. La gioia non giunge per quella via e continuerete a rimanere nella tristezza e nel turbamento. Talvolta vi sembrerà di essere migliori, ma poi scoprirete dì nuovo la vostra indegnità. Leggete le vite dei grandi uomini di Dio e questo produrrà nuovi scoraggiamenti. "Che posso fare? Continuo a sentirmi non abbastanza buono", vi direte.
E' un errore: smettete di pensare a voi stessi. E' vero che non siete abbastanza buoni: non sarete mai abbastanza buoni. Dimenticate il vostro passato e fissate lo sguardo su Gesù soltanto. L'assassino e colui che è colpevole dei peggiori crimini non sono più vicini alla perdizione del cittadino più rispettabile, se è incredulo. Le nostre opere non hanno alcuna rilevanza per quel che concerne la nostra giustificazione davanti a Dio. Credete questo?

Esiste poi un altro modo per provare voi stessi. Credete che dal punto di vista della salvezza e della giustificazione davanti a Dio tutte le nostre abituali distinzioni non contano nulla e ciò che determina se siete peccatori non è quello che avete fatto, ma la vostra relazione con Dio? La vostra fiducia è posta completamente in Cristo e in Lui soltanto? Non in ciò che siete, ma in quello che Egli è; non in ciò che avete fatto, ma in quello che Egli ha compiuto per voi.
Volete veramente uscire dalla vostra condizione spirituale? La prima cosa da fare è dire addio una volta per sempre al vostro passato. Realizzate che è stato cancellato e spazzato via da Cristo. Non ricominciate a guardare ai vostri peccati, ma affermate con franchezza: "E' tutto passato poiché il sangue di Cristo copre i miei peccati!" Smettetela d'interrogarvi continuamente su voi stessi e sulla vostra presunta bontà; imparate a guardare a Gesù Cristo solo. Questa è l'unica condizione per poter conoscere la gioia della salvezza. Ciò di cui avete bisogno non è prendere la decisione di vivere una vita migliore, di digiunare, di pregare, ma di incominciare a dire con fermezza:
"Così qual son, pien di peccato,
ma per il Sangue da Te versato,
e per l'invito fatto al cuor mio,
o Agnel di Dio: io vengo a Te."

Poiché "L'uomo è giustificato per fede, senza le opere della legge". (Romani 3:28)



Si veda anche:

  • Dio parla, ma...
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